Festa di maggio 2026

Mediterranea Saving Humans: una serata di testimonianze e impegno tra Palestina e Ucraina

I volontari dell'associazione raccontano le loro missioni di presenza e resistenza nelle zone di guerra

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BOLOGNA – Un pulmino prestato per un trasporto di aiuti umanitari si è trasformato in un’amicizia profonda e in una serata di condivisione e riflessione. È partita da un gesto semplice e concreto la collaborazione tra la parrocchia di S.Andrea a e l’associazione Mediterranea Saving Humans, che mercoledì 20 maggio ha portato alla festa di maggio le testimonianze dei propri volontari.

Ad accogliere Giulia, Riccardo, Dario e Gianluca – quest’ultimo rientrato dalla Cisgiordania appena dieci giorni fa – è stato don Andres Bergamini, parroco della comunità. «Un giorno mi è arrivata una telefonata: avevano bisogno di un pulmino. Così è cominciata», ha raccontato don Andres. «Dopo i primi viaggi abbiamo detto: non solo il pulmino, dovete raccontarci anche chi siete». E così, dalle foto inviate su WhatsApp, è nato l’interesse per capire cosa facesse realmente Mediterranea: «Dei pazzi che vanno nelle zone di guerra sul mare, in Palestina», ha sorriso il parroco, prima di cedere la parola agli ospiti.

>> il video integrale dell’incontro <<

Un’associazione nata per rispondere alle stragi del Mediterraneo

Giulia ha aperto gli interventi presentando l’associazione: Mediterranea nasce nel 2018, «nel periodo delle politiche dei porti chiusi, dei grandi naufragi», come piattaforma civica composta da volontari e attivisti. «Un gruppo di persone ha sentito la forte esigenza di rispondere a questa strage, a quel momento di chiusura globale verso le persone in movimento», ha spiegato. Da allora l’associazione ha operato con la nave Mare Ionio – l’unica nave di soccorso civile battente bandiera italiana – e con la barca a vela Safira, per soccorrere chi partiva dalla Tunisia e dalla Libia.

Oggi Mediterranea è una rete che copre circa 40 città europee, con missioni non solo in mare ma anche in terra: in Palestina (Cisgiordania) in collaborazione con Operazione Colomba, e in Ucraina dal 2021, dall’inizio dell’invasione russa. «Prima si salva e poi si discute», ha ricordato Giulia citando il motto che contraddistingue l’associazione. «Quello che portiamo avanti non è solo un apporto umanitario – ha sottolineato – ma è un gesto politico, un gesto di presenza».

Cisgiordania: interposizione non violenta e resistenza quotidiana

Gianluca, appena rientrato dalla Missione Masafer Yatta – una piccola regione a sud di Hebron, in Cisgiordania – ha offerto un quadro dettagliato della situazione. L’associazione opera nell’area C, sotto completo controllo militare e civile israeliano. «Vivere in quest’area se sei palestinese ti mette a rischio di morte», ha detto senza mezzi termini. «Dopo il 7 ottobre 2023 c’è stato un incremento esponenziale delle violenze in tutta la Cisgiordania».

I volontari di Mediterranea svolgono principalmente attività di interposizione non violenta, accompagnando i bambini a scuola (school patrol), i pastori con le loro greggi, monitorando con telecamere le violazioni dei coloni e dell’esercito. «Il passaporto europeo è uno strumento di privilegio – ha spiegato Gianluca – ci permette di interporci in alcune situazioni». Solo nel 2025 l’associazione ha registrato 2.999 violazioni del diritto internazionale in 348 giorni, una media di 45 episodi al giorno in un’area grande quanto un quartiere di Bologna.

«I coloni – ha proseguito – nel 99% dei casi hanno fatto leva militare obbligatoria. Dopo il 7 ottobre, il governo israeliano ha distribuito il 70-80% delle armi ai coloni in Cisgiordania. Circa 800.000 persone armate con il compito di cacciare i palestinesi dalle loro case». Gianluca ha raccontato scene agghiaccianti: «Vedi una persona che sta picchiando un palestinese, si allontana e ritorna vestita da militare con il fucile e lo arresta».

Ucraina: dalla frontiera alla cronicizzazione del conflitto

Giulia ha ripreso la parola per raccontare la presenza di Mediterranea in Ucraina, iniziata nei primi giorni di marzo 2022 con il progetto “Safe Passage” alla frontiera ucraino-polacca. «L’Ucraina ha perso circa il 18% della popolazione», ha ricordato. L’associazione ha poi sviluppato un progetto sanitario – Medcare – con un’ambulatorio mobile e missioni di rifornimento che ormai hanno raggiunto la venticinquesima spedizione.

«Partiamo con furgoni pieni di tonnellate di cibo, prodotti sanitari, pannoloni – ha spiegato Giulia – che costano 30 euro a fronte di una pensione di 50. Le persone devono scegliere se pagare l’affitto, le medicine o comprarsi da mangiare». L’associazione opera presso il campo profughi di Sykhiv a Leopoli, dove circa 700 persone vivono in casette modulari. «Quello che forse è l’apporto più significativo è la presenza», ha sottolineato. «Andare lì significa portare il messaggio che non sono dimenticate, ascoltare e mettere in salvo le storie».

Il progetto Altremete: giovani in missione

Particolarmente toccante è stata la testimonianza di Riccardo, partito con il progetto Altremete” del Comune di Bologna che ha coinvolto dieci ragazzi tra i 18 e i 25 anni. Un video proiettato durante la serata ha mostrato immagini della missione: «La guerra non si percepisce immediatamente a Leopoli, ma c’è – si sente nel video – nei cimiteri di guerra, nei muri anneriti dall’esplosione dei droni, e soprattutto nei racconti delle persone».

Riccardo ha parlato della normalizzazione della guerra: «Le persone aspettano i droni come noi aspettiamo i bus, guardando un’app sul cellulare». Ha descritto la privazione della libertà di scelta per i cittadini ucraini tra i 22 e i 60 anni, che non possono lasciare il paese. «Smettere di vivere o perdere la vita: questa è la scelta. Nascondersi per non essere arruolati significa comunque smettere di vivere».

«La guerra è come un virus presente in tutte le persone che abbiamo incontrato», ha concluso Riccardo. «Noi abbiamo la responsabilità di raccontare, salvare le storie, denunciare. Quello che facciamo non è straordinario: è ciò di cui queste persone hanno bisogno. Non è difficile abbattere il muro dell’indifferenza: basta il riconoscimento della dignità altrui».

L’impegno sanitario e il senso politico della presenza

Dario, membro del team sanitario di Mediterranea, ha illustrato il progetto di educazione alla salute e prevenzione. «In quattro anni di guerra, le persone hanno perso il concetto di avere un diritto alla salute – ha spiegato – Noi cerchiamo di restituire empowerment sanitario, rendere le persone capaci di decidere per il proprio stato di salute». Ha poi rivelato che il freddo dello scorso inverno in Ucraina «non è stato un caso: sono state colpite le centrali energetiche. Il freddo è stato usato come arma di guerra».

Dario ha inoltre sottolineato il senso politico dell’attività di Mediterranea: «La nostra presenza evidenzia un’assenza – quella degli Stati che dovrebbero, per diritto internazionale e per puro senso umano, soccorrere le persone. Noi ci prendiamo le ferie, facciamo le valigie e andiamo in mezzo al mare. Questo è un messaggio forte ai governi e alle autorità».

Domande dal pubblico: rapporti con il governo italiano e le sfide globali

Nel corso del dibattito sono arrivate domande sul rapporto tra Mediterranea e il governo italiano e sui finanziamenti. Giulia ha chiarito che l’associazione è composta per il 95% da volontari non retribuiti, con solo due persone stipendiate su una rete di un migliaio di attivisti. I finanziamenti provengono da privati, donazioni, il 5×1000 e il tesseramento annuale. «Non riceviamo supporto dalle forze politiche al governo», ha ammesso, «ma agiamo in totale linea con il diritto internazionale e italiano. Siamo molto testardi».

Sulle conseguenze delle politiche di Trump e sulla crisi del diritto internazionale, Gianluca ha offerto un’analisi lucida: «Stiamo assistendo alla dissoluzione della comunità internazionale così come l’avevamo conosciuta dopo la seconda guerra mondiale. Trump ha cancellato le sanzioni ai coloni accusati di crimini contro l’umanità. Il passaporto europeo non vale più nulla». Tuttavia, ha lanciato un messaggio di speranza: «Dal basso si possono creare movimenti molto numerosi e potenti. Il 22 settembre e il 3 ottobre le mobilitazioni per Gaza sono state gigantesche. Possiamo essere molti: questo ci dà un potere ancora più grande».

Custodi dell’umanità

Don Andres ha concluso la serata con un richiamo alla lettura degli Atti degli Apostoli, dove Paolo dice ai suoi amici di Efeso: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi». «Voi siete dei custodi dell’umanità, della cura», ha detto il parroco ai volontari, ringraziandoli per la loro testimonianza.

L’associazione ha lanciato due appelli concreti al termine dell’incontro: sostenere Mediterranea con donazioni, 5×1000 o tesseramento (con QR code disponibile al banchetto), e – «sarò sfacciatissimo» – ha chiesto scherzosamente Dario, «se qualcuno ha o conosce qualcuno che ha un furgone disponibile per le prossime missioni in Ucraina, siamo qua».

La serata si è conclusa con la possibilità di avvicinare il banchetto informativo e di seguire l’associazione sui canali social, dove raccontano quotidianamente le loro missioni. Il video integrale della conferenza è disponibile sul sito della parrocchia.

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