Grand Tour per le chiese di Lercaro

La Beata Vergine Immacolata: una chiesa, una comunità, un patrimonio da custodire

come può una chiesa accogliere le persone, favorire le relazioni e contribuire alla vita del quartiere?

BEATA VERGINE IMMACOLATA – Sabato 17 ottobre 2026 la chiesa della Beata Vergine Immacolata di Bologna è stata l’ultima delle tappe del “Grand Tour per le chiese di Lercaro”, promosso dal Centro Studi Architettura Sacra nell’ambito dell’Anno Lercariano (1976-2026). Un’occasione per tornare a osservare un luogo familiare, riscoprendone la storia e il significato: non soltanto un edificio di particolare qualità architettonica, ma la testimonianza di un progetto nel quale fede, vita comunitaria e trasformazione della città erano profondamente legate.

L’iniziativa si inserisce nel percorso di approfondimento sviluppato anche attraverso il convegno internazionale “Nel desiderio di aprirmi agli uomini. Il cardinale Lercaro e gli architetti” e la mostra “DEAR ARCHITECT. Disegni e progetti per le chiese del cardinale Lercaro”, a cura di Claudia Manenti, promossi dal Centro Studi Architettura Sacra. Al centro di queste occasioni vi è una domanda che riguarda anche il presente: come può una chiesa accogliere le persone, favorire le relazioni e contribuire alla vita del quartiere?

Per comprendere la Beata Vergine Immacolata occorre tornare alla Bologna degli anni Cinquanta. La città cresceva e i nuovi quartieri ponevano esigenze che andavano oltre la costruzione delle abitazioni. Servivano servizi, spazi di incontro e luoghi capaci di trasformare la vicinanza tra case in un’autentica esperienza di comunità. Il cardinale Giacomo Lercaro colse con forza questa necessità: la presenza della Chiesa nelle periferie doveva accompagnare la vita quotidiana degli abitanti, contribuendo a dare identità ai nuovi insediamenti.

Un momento emblematico fu il “Carosello” del 26 giugno 1955: un corteo di automobili, guidato dal cardinale, raggiunse gli undici terreni destinati alle prime nuove parrocchie del suo programma. Nel settembre dello stesso anno, il primo Congresso nazionale di architettura sacra fece di Bologna un luogo di confronto sul rapporto tra architettura, liturgia e società. La città divenne così un laboratorio nel quale progettisti, sacerdoti e comunità cercavano nuove risposte ai bisogni del proprio tempo.

In questa prospettiva, il complesso parrocchiale comprendeva molto più dello spazio per la celebrazione. Accanto alla chiesa erano previsti ambienti per la catechesi, le associazioni, la lettura, il gioco e le attività culturali. La parrocchia era pensata come una presenza aperta al quartiere, capace di accompagnare le diverse età e dimensioni della vita. Anche l’architettura era chiamata a esprimere questa apertura, mettendo in relazione il raccoglimento della preghiera con la trama degli incontri quotidiani.

La Beata Vergine Immacolata costituisce una delle prime e più significative realizzazioni di questa stagione. Il progetto di massima fu elaborato da Glauco Gresleri nel 1956, quello esecutivo nel 1958; i lavori, avviati nello stesso anno, si conclusero nel 1961. Committente era il parroco don Ibedo Vogli. Il disegno prevedeva un insieme unitario formato dalla chiesa, dalla canonica e dalle opere parrocchiali, da un campanile e da un cinema-teatro. Questi ultimi due elementi non furono realizzati, ma restano importanti per comprendere l’ampiezza dell’idea originaria.

Gresleri affidò al progetto una precisa intenzione: costruire un’architettura capace di parlare alle persone del proprio tempo e di guardare al futuro. La BVI sperimenta così un rapporto nuovo tra forma dell’edificio e partecipazione alla liturgia, anticipando temi che avrebbero trovato pieno sviluppo negli anni del Concilio Vaticano II. Il suo valore risiede anche in questa capacità di tradurre una riflessione religiosa e comunitaria in un’esperienza concreta dello spazio.

Entrando, l’attenzione viene orientata verso l’altare, fulcro attorno al quale si raccoglie l’assemblea. La disposizione dei fedeli secondo due direzioni tra loro ortogonali favorisce la vicinanza al luogo della celebrazione e rende percepibile l’unità della comunità. La grande aula e la cappella del Santissimo offrono possibilità differenti di partecipazione e raccoglimento. Anche gli accessi, il portico e il rapporto con il sagrato contribuiscono a costruire un passaggio graduale dalla vita esterna allo spazio della preghiera.

Un ruolo decisivo è affidato alla luce naturale. Gresleri ne progetta quattro diverse modalità di ingresso: una luce diretta scende dal lucernario cilindrico sopra l’altare; una luce diffusa filtra tra pareti e copertura; un’altra, riflessa, proviene dal lucernario sopra la galleria; infine, la grande vetrata sopra la sagrestia introduce una luce colorata. La luce accompagna così lo sguardo, distingue gli spazi e contribuisce alla loro atmosfera. Osservarne le variazioni significa scoprire quanto il progetto continui a manifestarsi nell’esperienza quotidiana della chiesa.

Anche i materiali partecipano a questo linguaggio. Il calcestruzzo lasciato a vista conserva le impronte delle tavole di legno utilizzate per il getto: segni del procedimento costruttivo che diventano parte dell’espressione architettonica. Le superfici intonacate, la struttura e le opere d’arte concorrono alla qualità dell’insieme. A Giuliano Gresleri si devono i calchi cementizi e il Crocifisso; a padre Costantino Ruggeri le vetrate colorate e il tabernacolo della cappella feriale. Sono presenze da leggere nel loro rapporto con lo spazio, con la luce e con la celebrazione.

Riconoscere questi caratteri aiuta a comprendere perché la BVI sia un patrimonio da custodire con attenzione. Il suo valore riguarda la storia dell’architettura e della Chiesa bolognese, ma anche la memoria delle persone che qui hanno pregato, celebrato e costruito relazioni. Conservare significa conoscere questo intreccio e tenerne conto nelle scelte che accompagnano la vita dell’edificio.

Proprio per queste ragioni, la BVI è uno dei casi di studio di una ricerca universitaria sui piani di conservazione e gestione delle architetture del secondo Novecento, condotta da Alessandra Cattaneo, docente dell’Università di Urbino Carlo Bo, Leila Signorelli e Marco Pretelli docenti dell’Università di Bologna. L’obiettivo è individuare strumenti per collegare la conoscenza storica e costruttiva alla cura nel tempo, attraverso controlli, manutenzioni e interventi consapevoli, in dialogo con le esigenze delle comunità.

Un particolare ringraziamento va a Lorenzo Gresleri, figlio di Glauco, che ha messo a disposizione l’archivio del padre, offrendo un contributo fondamentale allo studio della chiesa e alla ricostruzione delle sue vicende progettuali e costruttive. A Lorenzo si deve inoltre la fondazione dell’Associazione “Glauco Gresleri e i Maestri dell’Architettura”, della quale Alessandra Cattaneo, Leila Signorelli e Marco Pretelli sono soci fondatori: un impegno condiviso per promuovere la conoscenza e la valorizzazione di questa eredità culturale.

La visita del Grand Tour ha offerto, dunque, l’occasione per rinnovare uno sguardo. Custodire la Beata Vergine Immacolata significa riconoscere ciò che la rende unica e accompagnarne la continuità d’uso: perché il progetto nato dall’incontro tra Lercaro, Gresleri e la comunità possa continuare a essere un luogo di fede, accoglienza e partecipazione.

Alessandra Cattaneo