Giornata del Malato

La voce della fragilità per vivere con occhi nuovi le esperienze ordinarie

"Abbiamo contemplato, meditato e condiviso la Parola di Dio scritta nella vita delle persone che curano o che soffrono"

BOLOGNA – Nella serata della Giornata Mondiale del Malato, la comunità pastorale della zona Barca si è riunita presso la parrocchia della Beata Vergine Immacolata per un evento speciale di ascolto e preghiera. Un’occasione in cui le voci di chi vive quotidianamente la malattia e la fragilità si sono fatte guida per i presenti.

L’incontro, giunto alla sua seconda edizione, è stato introdotto da Don Andres Bergamini, parroco della Beata Vergine Immacolata, che ha sottolineato l’importanza di mettersi in ascolto di chi, attraverso la sofferenza, può trasmettere una profonda lezione di vita. La serata è stata moderata da Giuliano Ermini, il quale ha richiamato il messaggio di Papa Francesco per la XXXII Giornata del Malato, incentrato su tre parole chiave: incontro, dono e condivisione.

A portare le loro testimonianze sono state Costanza, Francesca, Patrizia, Nadia e Antonietta, donne che, attraverso esperienze di malattia, assistenza e riscatto, hanno raccontato il loro cammino di sofferenza e speranza. Dalle parole di queste testimoni è emerso il valore della fragilità come occasione di crescita e di amore reciproco, trasformando il dolore in una fonte di arricchimento spirituale.

Un incontro toccante che ha saputo dare voce a chi troppo spesso resta inascoltato, illuminando con la propria esperienza il senso più autentico della cura e della vicinanza a chi soffre.

Il video integrale dell’incontro

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Riportiamo qui di seguito le sintesi delle testimonianze.

Costanza Peli: un percorso di vita segnato da sfide e forza

La vita di ognuno di noi è un percorso unico, costellato da momenti di gioia, difficoltà e crescita. La testimonianza di Costanza Peli ci offre uno sguardo profondo su come affrontare le avversità con forza, determinazione e fede.

Sin dall’infanzia, la sua vita è stata segnata da eventi difficili: la perdita del padre all’età di dieci anni e la responsabilità di prendersi cura del fratello con la sindrome di Down. Nonostante ciò, il suo percorso di studi la porta a laurearsi e a intraprendere una carriera come medico di base, dedicandosi con passione alla cura delle persone più vulnerabili. La sua esperienza professionale, iniziata in una zona depressa come Comacchio, le permette di comprendere profondamente le difficoltà delle famiglie meno abbienti e di affinare la sua sensibilità nei confronti delle sofferenze umane.

La diagnosi: dall’essere curante a essere paziente

La malattia arriva all’improvviso, con una telefonata dall’ospedale che la informa della necessità di ulteriori accertamenti. Da medico che ha sempre assistito gli altri, si trova improvvisamente nella posizione di chi deve ricevere cure. Questo ribaltamento di ruolo non è semplice da accettare, soprattutto per una persona dinamica e indipendente come lei.

Le prime preoccupazioni non sono per sé stessa, ma per chi dipende da lei: il marito con cui condivide una solida unione da 45 anni e il fratello bisognoso di assistenza quotidiana. La diagnosi impone un duro percorso di cure, con tutto il suo carico di sofferenza fisica e psicologica, ma anche l’opportunità di riflettere sulla propria esistenza e sulla fede.

Il valore del sostegno umano e medico

Durante il suo percorso di malattia, Costanza scopre quanto sia fondamentale il supporto di una rete di persone empatiche e competenti. Un medico in particolare diventa il suo punto di riferimento, offrendo non solo cure mediche, ma anche un sostegno emotivo prezioso. Questo aiuto costante si rivela essere un vero e proprio “angelo custode”, capace di infondere serenità e sicurezza in un momento così delicato.

Anche il rapporto con il marito si rafforza: la vicinanza e il supporto reciproco diventano un pilastro essenziale per affrontare la malattia con resilienza. La sua esperienza conferma quanto sia cruciale non sentirsi soli e avere accanto figure di riferimento che aiutino a mantenere l’equilibrio emotivo e mentale.

Fede e spiritualità: un cammino di crescita interiore

Guardando indietro, Costanza riconosce che la sua vita è stata caratterizzata da momenti di difficoltà, ma anche da interventi provvidenziali che le hanno permesso di superare ogni ostacolo. La sua fede si rafforza ulteriormente durante il periodo della malattia, portandola a riflettere sulla propria esistenza e a percepire una presenza divina costante.

La preghiera diventa un rifugio, un momento di dialogo interiore che le permette di affrontare le sfide con maggiore consapevolezza e serenità. La spiritualità non è più solo una componente della sua vita, ma una guida che la sostiene in ogni passo del percorso.

Una scelta necessaria e il futuro

La necessità di un intervento chirurgico porta Costanza a prendere una decisione difficile riguardo all’assistenza del fratello. Dopo mesi di sforzi per gestire contemporaneamente la propria malattia e la cura del fratello, si rende conto che deve affidarlo a una struttura specializzata. La scelta non è semplice, ma si rivela essere la soluzione più adatta per garantire il benessere di entrambi.

Con il passare del tempo, questa decisione si stabilizza, dimostrandosi la più saggia. La sua esperienza le insegna che, anche nei momenti più difficili, le soluzioni giuste si manifestano quando ci si affida con fiducia alla provvidenza e alla rete di sostegno che ci circonda.

Conclusione: Un Messaggio di Speranza

La storia di Costanza Peli è un potente messaggio di speranza e resilienza. Attraverso le difficoltà, la malattia e le scelte difficili, emerge una consapevolezza profonda: la vita è un viaggio fatto di prove, ma anche di incontri preziosi, sostegno reciproco e crescita spirituale. Il suo messaggio è chiaro: nonostante le avversità, con fede, amore e determinazione, è possibile affrontare ogni sfida e trovare la propria strada verso la serenità.

Francesca Coraini: la bellezza di prendersi cura degli altri

Francesca Coraini, medico geriatra, ha condiviso una riflessione sul suo lavoro e sulla sua missione di prendersi cura dei malati. Durante il suo intervento, Francesca ha parlato della sua vocazione, della sua fede e di come, attraverso il servizio ai malati, riesca a intravedere un “pezzettino di paradiso” nella sofferenza.

La vocazione di Francesca: prendersi  cura degli altri

Francesca ha iniziato il suo discorso spiegando che, fin da piccola, ha sentito il desiderio di prendersi cura degli altri. Questa vocazione è cresciuta nel tempo, portandola a diventare medico. Ha raccontato come il Signore abbia messo sulla sua strada “tanti piccoli sassolini” da seguire, guidandola verso la professione che oggi svolge con passione e dedizione. Ha citato un passaggio del Vangelo di Matteo che ha segnato profondamente la sua vita:

“Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi, fin dalla creazione del mondo. Perché ho avuto fame, e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete, mi avete dato da bere, ero malato, e mi avete visitato.”

Queste parole hanno rappresentato per lei una sorta di “biglietto per l’entrata in paradiso”. Francesca ha spiegato che, attraverso il suo lavoro, non solo porta a casa il pane, ma si prepara anche un “piccolo posticino in paradiso”.

Il lavoro più bello del mondo

Francesca ha definito il suo lavoro come “il più bello del mondo”. Prendersi cura delle persone quando non stanno bene è per lei una missione che va oltre la semplice professione. Anche nei momenti difficili, Francesca rimane profondamente convinta del valore del suo servizio.

Ha sottolineato che, nella relazione con i malati, riesce a scoprire ogni giorno un “pezzettino nuovo di paradiso”. Nonostante il dolore e la sofferenza, che spesso sono un mistero insondabile, Francesca intravede una piccola luce, uno spiraglio che le fa capire un po’ di più chi è Gesù e cos’è la felicità vera.

La relazione con i malati: nuda ed essenziale

Francesca ha descritto le sue relazioni con i malati come “nude”, prive dei fronzoli della vita. Le domande che le vengono poste sono dirette e profonde: “Tornerà a casa mia figlia?”, “Potrò rivedere l’ultima volta mia nipote?”. Queste domande, ha spiegato, portano alla luce l’essenziale della vita, scremando tutto ciò che è superfluo. Per Francesca, è un privilegio poter parlare dell’essenziale con le persone che cura, un’esperienza che arricchisce non solo i malati, ma anche lei stessa.

La dottoressa ha concluso il suo intervento ringraziando i malati e la comunità per tutto l’apporto che le danno. Ha chiesto preghiere per poter svolgere al meglio il suo lavoro, consapevole che non sempre riesce a farlo come vorrebbe.

Nadia: una testimonianza di rinascita e amore incondizionato

Nadia, una donna che ha vissuto un anno e sei mesi in carcere, ha condiviso una testimonianza toccante e profonda. La sua storia è un viaggio di redenzione, crescita personale e scoperta del valore della fiducia e dell’amore incondizionato. Attraverso la sua esperienza con la famiglia Lappi e la cura di Eva, una ragazza con gravi disabilità, Nadia ha trovato un nuovo senso alla sua vita.

La vita in carcere: solitudine e sofferenza

Nadia ha iniziato il suo racconto descrivendo la dura realtà del carcere: un luogo di solitudine e abbandono. Ha parlato della difficoltà di vivere in una cella stretta, condivisa con sconosciuti, e della sensazione di essere dimenticata dal mondo esterno.

“Il carcere è brutto, ti senti abbandonata. Guardi solo quattro muri, uno, due, tre e quattro. In mezzo non c’è nessuno.”

Nonostante questo, Nadia ha sottolineato che anche in carcere ci sono persone che cercano di cambiare e di aiutare gli altri, dimostrando che il perdono e la redenzione sono possibili.

L’incontro con la famiglia Lappi e Eva

Dopo il periodo in carcere, Nadia ha avuto l’opportunità di scontare la sua pena ai domiciliari, entrando in contatto con la famiglia Lappi. Qui ha conosciuto Eva, una ragazza con gravi disabilità, che non parla, non cammina e ha bisogno di assistenza costante.

“Eva combatte con la sua vita ogni giorno. Lei è nata così, ma nonostante la sua sofferenza, riesce a trasmettere felicità.”

Nadia ha descritto il rapporto speciale che ha costruito con Eva, un legame fatto di sorrisi, gesti e una comunicazione che va oltre le parole. Attraverso Eva, Nadia ha imparato a vedere la vita con occhi nuovi, scoprendo il valore della semplicità e della gratitudine. Eva, nonostante le sue condizioni, ha insegnato a Nadia a trovare la felicità nelle piccole cose.

“Lei è contenta se le fai un sorriso, se le tocchi i capelli, se le dici che è bellissima. Noi che abbiamo tutto, spesso non siamo contenti. Eva mi ha insegnato a essere grata per quello che ho.”

Nadia ha sottolineato come Eva, con il suo sguardo e la sua presenza, riesca a toccare il cuore di chi le sta vicino, insegnando a vivere con autenticità e amore.

La fiducia della Famiglia Lappi: una nuova opportunità

Nadia ha espresso profonda gratitudine verso Roberto e Antonietta Lappi, che le hanno dato fiducia e l’hanno accolta nella loro famiglia.

“Roberto è la prima persona che ha preso un carcerato a casa sua per badare a sua figlia. Non è facile dare fiducia a qualcuno che non conosci, ma lui l’ha fatto.”

Questa fiducia ha trasformato la vita di Nadia, che ora si sente parte della famiglia Lappi.

“Non mi sento più una badante, mi sento come se fossi a casa mia. Li chiamo papà e mamma.”

La crescita personale di Nadia

Grazie alla guida di Roberto e all’amore della famiglia Lappi, Nadia ha imparato a prendersi responsabilità e a maturare.

“All’inizio pensavo di sapere già tutto, ma mi sbagliavo. Roberto mi ha insegnato cosa significa essere responsabile. Ora penso tre volte prima di agire.”

Nadia ha anche condiviso quanto sia importante ricevere attenzione e amore, soprattutto per chi, come lei, ha vissuto momenti di solitudine e abbandono.

“Io non sapevo cosa fosse l’amore, non sapevo cosa significasse essere coccolata. Ora che loro mi danno attenzione e amore, mi sento viva.”

Un messaggio di speranza e fiducia

Nadia ha concluso il suo discorso con un messaggio di speranza, incoraggiando tutti a non aver paura di dare fiducia alle persone, anche a chi ha sbagliato.

“Se qualcuno vuole aiutare i carcerati, come ha fatto Roberto, può cambiare la vita di una persona. Noi impariamo dai nostri errori, ma abbiamo bisogno di qualcuno che ci creda.”

Antonietta: una seconda opportunità attraverso l’amore di Eva

Antonietta, una donna che ha trascorso 10 anni in carcere, ha condiviso una testimonianza commovente e profonda. Attraverso la sua esperienza con la famiglia Lappi e la cura di Eva, una ragazza con gravi disabilità, Antonietta ha trovato una nuova ragione di vita, un riscatto spirituale e una felicità che non credeva possibile.

La vita in carcere e l’incontro con la famiglia Lappi

Antonietta ha iniziato il suo racconto parlando della sua esperienza in carcere, durata 10 anni. Grazie a una volontaria del carcere di Bologna, ha avuto l’opportunità di conoscere la famiglia Lappi e di entrare in contatto con Eva, una ragazza con gravi disabilità.

“Eva rappresenta per me una seconda possibilità, un riscatto per la mia anima.”

Antonietta ha spiegato che, nonostante il suo reato, ha sentito il desiderio di accettare questa sfida, vedendo in Eva un’opportunità per cambiare la sua vita e fare qualcosa di significativo.

Il primo impatto con Eva: paura e meraviglia

Il primo incontro con Eva è stato un momento di grande impatto emotivo per Antonietta.

“Ero terrorizzata dalle macchine che la tengono in vita: quelle che le danno il respiro e la fanno mangiare. Mi chiedevo: ce la farò?”

Nonostante le sue paure iniziali, Antonietta ha trovato in Eva una fonte di gioia e ispirazione. Eva, con i suoi grandi occhi e i suoi sorrisi, ha conquistato il cuore di Antonietta fin dal primo momento.

“Eva comunica con gli occhi. Ti guarda, ti sorride, e non ti giudica mai. Per me, che ho un passato difficile, questo è stato un dono immenso.”

Eva: un angelo che trasforma le vite

Antonietta ha descritto Eva come un vero e proprio angelo, capace di donare amore e serenità a chi le sta vicino.

“Eva è bellissima, dentro e fuori. Non giudica, non condanna. Ti accoglie per quello che sei e ti riempie il cuore di gioia.”

Attraverso la sua presenza, Eva ha aiutato Antonietta a purificare la sua anima e a trovare un nuovo senso alla vita.

“Eva sta ripulendo la mia anima. Lei è il mio riscatto, la mia gioia, è tutto per me.”

La scelta di restare con Eva

Nonostante le difficoltà iniziali e i timori legati al suo passato, Antonietta ha scelto di dedicarsi completamente a Eva.

“Ho detto al mio avvocato: non mi interessa neanche dell’affidamento. Fatemi andare a lavorare con Eva, voglio stare con lei.”

Dopo 14 mesi di cura e dedizione, Antonietta ha espresso la sua felicità e gratitudine per questa opportunità.

“Sono felicissima. Eva mi ha dato una nuova vita, una nuova speranza.”

Il messaggio di Antonietta: fiducia e redenzione

Antonietta ha concluso il suo discorso con un messaggio di speranza, incoraggiando tutti a dare fiducia alle persone, anche a chi ha sbagliato.

“Spero che altre persone in carcere possano avere la stessa opportunità che ho avuto io. La fiducia può cambiare una vita.”

Ha ringraziato la famiglia Lappi per averle dato questa possibilità e per aver superato il pregiudizio legato al suo passato.

“La famiglia Lappi ha superato il mio reato e mi ha dato questa opportunità. Per questo, sono profondamente grata.”

Patrizia: la forza e la bellezza di chi vive ai margini

Patrizia, un’educatrice e animatrice che lavora in una struttura per anziani non autosufficienti, persone affette da demenza e disabili gravi, ha condiviso una testimonianza toccante e ispiratrice durante un incontro. Invitata da Don Giuseppe, Patrizia ha deciso di accettare l’invito per dare voce a chi spesso non viene ascoltato, ma ha molto da dire e da insegnare.

Il lavoro di Patrizia: cura e attenzione ai dettagli

Patrizia lavora all’interno di un’equipe di professionisti, tra cui infermieri, operatori socio-sanitari e medici, che si prendono cura di persone istituzionalizzate a causa delle loro gravi condizioni di salute.

“Ci occupiamo non solo dei bisogni primari, ma anche di garantire una degenza serena e personalizzata. Ogni dettaglio è importante: dai capelli ai gioielli da indossare.”

Patrizia ha sottolineato che dietro ogni paziente c’è una storia, una famiglia, e che è fondamentale mantenere vivi questi aspetti, nonostante le difficoltà legate alla malattia.

La relazione con i pazienti e le famiglie

Il lavoro di Patrizia non si limita alla cura fisica dei pazienti, ma si estende alla loro sfera emotiva e relazionale.

“Ogni paziente ha lasciato una traccia nel mio percorso. Cerco di rendere la loro permanenza più piacevole possibile, organizzando attività ricreative come tombola, laboratori manuali e, quando possibile, gite.”

Patrizia ha spiegato che, per molti pazienti, gli operatori diventano la loro unica famiglia, soprattutto per chi non ha più legami affettivi esterni.

La forza dei pazienti: un insegnamento di vita

Patrizia ha scelto di non focalizzare il suo discorso sulla sofferenza, ma sulla forza e sulla resilienza dei suoi pazienti.

“Quello che osservo ogni giorno è la forza di chi, nonostante le gravi limitazioni, trova un motivo per andare avanti. La forza di chi sorride nonostante tutto, trovando gioia in una partita a carte o in una passeggiata in giardino.”

Ha raccontato come i suoi pazienti, pur vivendo situazioni estremamente difficili, riescano a trovare serenità e felicità nelle piccole cose, insegnando a chi li circonda l’importanza di apprezzare ogni momento.

L’importanza delle piccole cose

Attraverso la sua esperienza, Patrizia ha imparato a valorizzare le piccole cose che spesso diamo per scontate.

“Quello che osservo quotidianamente mi fa pensare all’importanza delle piccole cose, di quelle che ci sfuggono. Sono proprio queste piccole cose che ci fanno capire quanto siamo fortunati, anche se spesso non ce ne rendiamo conto.”

La testimonianza di Patrizia è un invito a guardare oltre le difficoltà e a trovare la bellezza e la forza nelle persone che spesso vivono ai margini della società. Attraverso il suo lavoro, Patrizia non solo porta conforto e cura ai suoi pazienti, ma riceve anche insegnamenti preziosi sulla resilienza, la gioia e il vero significato della vita.

Altri contributi

Dopo le quattro testimonianze il microfono è passato al pubblico presente. E sono intervenuti (il link è il riferimento al passaggio nel video integrale): 38:31 Roberto Lappi 39:13 Gianni Varani 42:10 Magda Mazzetti 47:27 il pastore Giacomo Casolari 50:56 don Vincenzo Passarelli 56:20 Nadia. Poi si è concluso con la 1:03:20 preghiera finale.

La vicenda di Alberto di Torino.