BEATA VERGINE IMMACOLATA – Padre Hugo Alaniz, parroco ad Aleppo, ha raccontato a Bologna la Siria dopo quindici anni di conflitto: la transizione politica, le sanzioni, la povertà e la carità concreta verso 2.500 famiglie. Un appello a pregare, informarsi e cambiare vita.
In sintesi. Ecco il racconto dell’incontro avvenuto bella chiesa della Beata Vergine Immacolata , martedì 29 settembre 2026, guidato da don Andres Bergamini, con Padre Hugo Alaniz dell’Istituto Verbo Incarnato, parroco della chiesa Nostra Signora dell’Annunciazione ad Aleppo, in Siria. Padre Hugo racconta la drammatica situazione siriana dopo anni di guerra, la transizione politica in corso, le sanzioni internazionali e la vita quotidiana di una popolazione stremata. Parla della comunità cristiana di Aleppo, passata da 250.000 a circa 25.000 fedeli, del dialogo ecumenico e delle attività pastorali e caritative dell’Istituto: doposcuola per 200 bambini, aiuti a quasi 2.000 famiglie, assistenza medica, sostegno a 250 anziani, formazione per donne e giovani. Attraverso testimonianze di fede, coraggio e perdono, Padre Hugo offre una lettura spirituale della persecuzione e della povertà e lancia un appello: pregare, informarsi, cambiare vita e aiutare concretamente i cristiani di Aleppo. L’incontro si conclude con una preghiera a Maria, in arabo e in italiano.
Il video integrale
Sintesi dell’intervento di Padre Hugo Alaniz
La presentazione e il senso dell’incontro
Don Andres Bergamini introduce Padre Ugo, o Hugo, come un amico conosciuto anche grazie a un clown, il Pimpa. Padre Hugo è già stato altre volte a Bologna e appartiene all’Istituto Verbo Incarnato, presente in Medio Oriente. Il legame con questa zona del mondo è nato attraverso il claun Pimpa, Marco Rodari, amico di don Andres, che ha iniziato a viaggiare proprio in Medio Oriente: in Siria, a Gaza, in Terra Santa, a Betlemme e a Baghdad, dove operano i missionari del Verbo Incarnato. Proprio a Gaza don Andres ha conosciuto Marco.
Padre Hugo è argentino, ma il suo italiano è un “italiano argentino”, con qualche inflessione araba. È parroco di una parrocchia cattolica ad Aleppo, in Siria, e ringrazia i sacerdoti della parrocchia ospitante, in particolare don Andrea, amico da anni e grande collaboratore delle missioni. Con ironia racconta che, da poche ore in Italia, gli hanno già fatto mangiare tre volte, e dice di essere arrivato magro. Usa il sorriso per introdurre temi dolorosi, ma aggiunge subito che la fiducia ultima è nel Signore. Ricorda anche che l’Italia ha vinto 4-1 con la Turchia e si dice disponibile a parlare pure di calcio.
La Siria: storia, guerra e passaggio politico
Padre Hugo comincia delineando che cosa è la Siria: una parte del Medio Oriente con una storia grandissima, una cultura millenaria, una terra legata anche alla storia sacra. Insieme all’Iraq, è la terra di Ur, da dove è partito Abramo, Ibrahim, e dove ha avuto inizio tutta una storia. La Siria è anche terra dei primi cristiani. Negli ultimi quindici anni, però, è stata attraversata da una guerra orribile. Nel 2011 è iniziata una guerra nei Paesi arabi, nel Nord Africa e in Medio Oriente, con il tentativo di creare uno Stato islamico fondato sulla legge islamica, la Sharia. Padre Hugo descrive alcune conseguenze di quella legge: chi ruba per la prima volta viene frustato in piazza, chi ruba una seconda volta può subire il taglio della mano; una coppia trovata in atto indecente viene punita, spesso con l’uccisione della donna e talvolta anche dell’uomo.
All’inizio della guerra Padre Hugo era in Giordania, dove l’Istituto ha una piccola parrocchia nel nord del Paese. Tra il 2013 e il 2014 si raggiunse quasi il culmine della difficoltà, soprattutto per l’Iraq e la Siria. Nel 2016 il governo di Bashar al-Assad stava per cadere sotto l’avanzata dell’ISIS; allora la Russia intervenne in suo aiuto e, con l’esercito russo, furono riprese diverse posizioni. Molti islamisti si concentrarono nella provincia di Idlib, vicino ad Aleppo, che Padre Hugo descrive come una grande prigione, “come Gaza, ma senza muri”.
Fino a circa due anni fa, quindi intorno al 2024, c’è stata una nuova rivolta: in tredici giorni tutto il Paese è stato preso e il governo precedente di Bashar al-Assad è stato cacciato. Padre Hugo ipotizza che vi siano stati anche accordi con Turchia, Israele e Stati Uniti. In mezzo a queste vicende ci sono famiglie musulmane e cristiane. I cristiani, quando vedevano arrivare l’ISIS nei villaggi del deserto, erano spesso i primi a fuggire, ricordando le immagini terribili dell’Egitto e dell’Iraq: persone vestite di arancione, inginocchiate e uccise davanti alle telecamere. Molte famiglie cristiane hanno perso case, Paesi, beni, a volte anche l’automobile, e sono dovute fuggire con ciò che potevano portare in mano. Molti sono arrivati in Europa. Padre Hugo è in Italia anche perché invitato a una giornata dei migranti, dedicata a queste persone costrette a partire. 
Economia, sanzioni e vita quotidiana
Prima della guerra, prima del 2011, la Siria stava molto bene: era l’unico Paese del Medio Oriente senza debito con la banca internazionale. Le famiglie guadagnavano bene e potevano viaggiare fuori dal Paese. Dopo la guerra, però, il passaporto siriano è diventato quasi un marchio di terrorismo: i siriani non possono uscire, nessun Paese concede loro il visto. Se vogliono partire, devono farlo in modo illegale. Le sanzioni contro il governo siriano sono state imposte soprattutto da Stati Uniti, Francia e Inghilterra, e rendono difficilissimi anche gli aiuti umanitari.
Se qualcuno prova a mandare venti euro a un conto siriano, scattano allarmi e il conto può essere bloccato. Il conto della congregazione è già bloccato. Per questo, quando si inviano aiuti, non si deve scrivere né Aleppo né Siria; si devono usare causali generiche come “aiuto alle famiglie” o “aiuto ai padri”. Gli aiuti spesso passano attraverso un conto dell’Istituto in Giordania e poi vengono portati in Siria in modi rischiosi. Sul piano quotidiano, sotto Bashar al-Assad l’elettricità c’era solo per due ore al giorno, senza orari certi, e avere un frigorifero era quasi inutile. Chi aveva attività che richiedevano elettricità doveva comprare generatori e diesel a prezzi altissimi, in un sistema pieno di mafie.
Con il nuovo governo la situazione è leggermente migliorata, ma non ancora sufficiente. Prima mancavano medicine, pannolini per bambini e anziani, beni comuni; ora si trovano più facilmente, ma a prezzi molto alti. Gli stipendi sono bassissimi: prima della guerra una professoressa guadagnava circa venti euro al mese; due anni fa, prima del nuovo governo, sempre circa venti euro; ora forse settanta, ottanta, forse cento euro al mese. Per non essere poveri servirebbero almeno quattrocento o cinquecento euro. Comprare un buon paio di scarpe per i bambini, fare un giro in macchina nel fine settimana o andare al ristorante una volta al mese è diventato un lusso. Padre Hugo sottolinea che queste famiglie non erano povere prima: stavano bene e da un giorno all’altro sono diventate povere. Per questo soffrono ancora di più. 
I cristiani ad Aleppo: numeri, riti e rapporti ecumenici
Prima della guerra ad Aleppo c’erano circa 250.000 cristiani di vari riti: cattolici, ortodossi, protestanti, evangelici. Oggi sono circa 25.000: il 90% è partito. Ad Aleppo ci sono sei vescovi cattolici, tre vescovi ortodossi e due responsabili maggiori della componente evangelica protestante, in tutto circa undici autorità. I riti cattolici presenti sono diversi: latino, sirio cattolico, armeno cattolico, greco cattolico melchita, caldeo e maronita. I vescovi cattolici si incontrano ogni sabato; una volta al mese si incontrano tutti insieme anche con ortodossi e protestanti.
Padre Hugo parla di una relazione molto bella, di unione tra i cristiani. La parrocchia latina è al centro città, dove sono i francescani. Anche salesiani e Verbo Incarnato hanno attività che funzionano come parrocchia, pur non essendo formalmente riconosciute come tali. Nella congregazione di Padre Hugo ad Aleppo ci sono due sacerdoti: lui e Padre Giuseppe, argentino-italiano, con cognome González Pilato.
Padre Hugo vive con il vescovo Monsignor Hanna; vicino c’è l’università. L’Istituto gestisce due residenze per studenti universitari: una casa per 45 ragazze cristiane e una casa per 27-30 ragazzi, di cui è responsabile Padre Giuseppe. Padre Hugo invece vive nella sua chiesa, in un’altra parte della città, una zona molto povera. Vi si reca ogni mattina e torna alla sera o più tardi. Nella sua piccola chiesa sono registrate circa 2.500 famiglie. 
Missione pastorale e attività dell’Istituto
Il lavoro principale dei missionari è quello ordinario dei sacerdoti: la Santa Messa, i sacramenti, la catechesi, le visite agli ammalati, la comunione, la formazione dei giovani e delle famiglie. Ma davanti alla situazione di povertà e trauma, hanno deciso di fare qualcosa in più, con molti progetti di aiuto.
C’è un doposcuola: i bambini vanno a scuola al mattino e dopo pranzo vengono al centro, dove ricevono un panino o qualcosa da mangiare. Sono circa duecento bambini, quattro giorni a settimana. Il doposcuola copre dal primo grado fino alla dodicesima classe. I primi sei gradi sono insegnati da studenti universitari, che ricevono un piccolo stipendio: così possono continuare a studiare e non chiedere soldi ai genitori per trasporto e cibo.
Ci sono corsi di computer, inglese, attività per giovani e donne. C’è un supporto psicologico per i traumi della guerra, per famiglie e bambini. Ci sono attività speciali per famiglie di sordomuti e coppie di sordomuti. Per i bambini ci sono sport, pittura e altre iniziative. Gli aiuti alle famiglie includono voucher per supermercati o per acquistare ciò che serve, pacchi alimentari, e la Chiesa Evangelica del Canada e degli Stati Uniti ha aiutato molto, soprattutto dopo il terremoto. Gli aiuti raggiungono quasi duemila famiglie ogni tre mesi, quelle iscritte.
Ci sono aiuti medici: medicine e contributi per interventi chirurgici, perché un’operazione può costare circa mille euro, cifra impossibile per molte famiglie. Attraverso un programma con la CEI, la Conferenza Episcopale Italiana, ricevono aiuti mensili per 40-50 ammalati. C’è poi un’attenzione speciale agli anziani: molte famiglie sono partite, ma sono rimasti vecchi e malati. Hanno una cucina per loro: tre giorni alla settimana preparano e consegnano cibo con i volontari. Seguono circa 250 anziani.
La distribuzione è organizzata anche in base alla mancanza di elettricità: lunedì si consegna per lunedì e martedì, mercoledì per mercoledì e giovedì, venerdì per venerdì e altri giorni, perché il cibo non si conserva più di due giorni. Molte donne che devono lavorare per sopravvivere vengono impiegate per pulire le case degli anziani, una volta alla settimana o ogni due settimane, e ricevono un pagamento. Ci sono corsi di formazione per donne, ad esempio coiffure, parrucchiera, perché molte, dopo la guerra, hanno dovuto cercare lavoro ma non hanno un mestiere certificato.
A tutti coloro che ricevono aiuti o lavorano con loro viene chiesto anche un giorno di volontariato settimanale, per responsabilizzarli e coinvolgerli. Aiutano anche musulmani bisognosi, specialmente bambini che necessitano di interventi o apparecchi acustici. 
Finanziamenti e canali di aiuto
Le grandi istituzioni che li sostengono sono la CEI, L’Œuvre d’Orient, e Aiuto alla Chiesa che soffre, Aid to the Church in Need. Poi ci sono benefattori particolari. In totale lavorano con loro circa 110 persone, di cui 50 fisse. Padre Hugo sottolinea che, come religiosi, non aspettano semplicemente le collaborazioni: fanno ciò che devono fare e lasciano spazio alla Divina Provvidenza. Per le donazioni si può usare il conto della congregazione in Italia; c’è un documento con QR code PayPal; non bisogna mai scrivere Aleppo o Siria; eventualmente scrivere causali come “aiuto famiglie” o “aiuto padri”. Il denaro spesso arriva su un conto dell’Istituto in Giordania e poi deve essere portato in Siria in modi alternativi e rischiosi. 
Governo, transizione politica, minoranze e paure
Il nuovo governo è guidato da Ahmad Sharai, al-Giolani, già leader della rivoluzione. Stanno preparando le elezioni, forse tra due o tre anni, e soprattutto una nuova Costituzione, che sarà decisiva per il “prima e il dopo”. La Chiesa cerca di lavorare con le autorità e di offrire anche aiuto giuridico, affinché la Costituzione non sia religiosa ma laica. Padre Hugo spera che molti del nuovo governo vogliano fare le cose per bene, ma riconosce che c’è paura. Ci sono stati episodi preoccupanti: una chiesa bruciata, atti contro cristiani. Sperano che non siano cose organizzate. In alcune parti della Siria si vede una islamizzazione più radicale: donne obbligate a coprirsi totalmente, anche in zone alawite dove prima le donne non si coprivano. Gli alawiti, vicini al governo precedente, erano considerati più vicini ai cristiani.
Padre Hugo spiega la mentalità tribale del mondo arabo: le famiglie sono tribù, con capi tribù. Anche i sacerdoti, loro malgrado, sono autorità civile. Un sacerdote non può andare in bicicletta; deve avere una macchina nera, essere ben presentato, saper parlare in pubblico. Quando ci sono problemi tra famiglie o coppie, il sacerdote non aspetta l’invito: va dai nonni o dai genitori e attraverso loro si risolvono i problemi. Il vescovo di Padre Hugo cerca di essere vicino alle autorità per non perdere questa opportunità di mediazione e presenza. La Siria è formata da molte etnie e gruppi: arabi, beduini, drusi, curdi, turchi, armeni, siriachi. I siriachi hanno una lingua vicina all’aramaico, la lingua parlata da Gesù.
Ad Aleppo si sentono molte lingue; c’è una comunità curda molto vicina ai cristiani. Padre Hugo racconta che recentemente il nuovo governo ha trovato curdi e alawiti che erano stati battezzati e vivono come cristiani; continuano ad andare in chiesa. Non sanno cosa succederà, ma sperano bene. Riguardo a Israele e Palestina, Padre Hugo dice che il problema ha ripercussioni indirette in tutto il mondo arabo. In molti Paesi arabi è importante alimentare l’odio verso Israele; alcuni approfittano ideologicamente di questi problemi per scopi personali o politici. Non c’è una persecuzione esplicita e sistematica come in passato, ma ci sono bullismo e discriminazione: a scuola o all’università i cristiani possono essere presi in giro. Allo stesso tempo, molti musulmani vogliono bene ai cristiani e si può vivere bene nel mondo arabo, ma il momento di transizione crea paure reali.

Testimonianze di fede e speranza
Padre Hugo racconta la riapertura della sua piccola chiesa il 21 aprile 2018, dopo la liberazione di quella parte di Aleppo. Il 13 maggio, pochi giorni dopo, hanno celebrato la Messa della Madonna di Fatima: prima festa, prima celebrazione in onore della Madonna in quella chiesa. All’inizio vennero solo 25-30 persone, soprattutto donne e ragazze, con due uomini. Avevano paura. Alla fine della Messa, Padre Hugo disse loro di scrivere una lettera alla Madonna chiedendo ciò che volevano.
Subito dopo pensò con preoccupazione: “E se mi chiedono una lavatrice, un frigorifero? Non ho i soldi”. Il giorno dopo fece tradurre le lettere, scritte anche in armeno. Nessuno chiese cose materiali. Tutti ringraziavano Dio per essere rimasti fedeli, per non aver lasciato la fede. Molti pregavano per i morti, per quelli che erano partiti, e alcuni anche per i persecutori, per i terroristi. Padre Hugo contrasta questo atteggiamento con quello che probabilmente accadrebbe in Occidente, dove molti chiederebbero una macchina nuova, un viaggio a Disney, e così via.
Racconta che in Egitto e in alcune parti della Siria molte famiglie fanno tatuare una croce sui bambini di quattro o cinque anni, perché si veda. I genitori sanno che quel segno porterà problemi per tutta la vita, ma è una scelta di identità e di fede. Nel mondo arabo la religione è centrale per ebrei, cristiani e musulmani. In Occidente invece si ha paura di parlare di religione, come se fosse una cosa personale e secondaria; Padre Hugo dice che abbiamo perso l’identità religiosa.
Racconta la storia di un militare che, vedendolo con la tonaca, lo aiutò a sbrigare pratiche burocratiche per la patente. Gli raccontò che suo padre era stato ucciso perché, davanti alla scelta “o diventi musulmano o muori”, aveva detto: “Io mai lascerò Gesù”. Ricorda anche una madre che, mentre uccidevano tutti, diceva alle figlie di pregare l’atto di dolore.
Alla fine, Padre Hugo riprende la storia di San Paolo: un uomo che perseguitava i cristiani, sulla via di Damasco vide una luce, divenne cieco, ascoltò la voce di Cristo e fu accolto dalla comunità cristiana, istruito nella fede e battezzato. Ancora oggi a Damasco si conserva il luogo sotterraneo della casa di San Anania. Sottolinea il coraggio dei primi cristiani e dei primi missionari, che facevano un viaggio di sola andata per portare il Vangelo. Anche gli antenati di molti europei e americani hanno fatto viaggi di sola andata per la fede. La forza della comunità cristiana è accogliere anche chi sembra nemico, come la comunità di Damasco accolse Saulo, Paolo.

Appello finale: preghiera, informazione, conversione, aiuto concreto
Padre Hugo chiede tre cose principali. La prima è pregare. La seconda è leggere, ascoltare e seguire le notizie su ciò che accade in Medio Oriente e in altre parti del mondo: Nigeria, Nicaragua, Somalia, India. In Nigeria quasi ogni domenica i cristiani che vanno in chiesa non sanno se torneranno vivi. In Nicaragua il governo comunista e marxista ha cacciato le suore di Madre Teresa di Calcutta. In alcune parti dell’India c’è estremismo contro i cristiani.
La terza è offrire un cambiamento di vita: non solo denaro, ma testimonianza cristiana concreta. Dice che dare soldi può essere facile; l’importante è essere migliori cristiani, fare il segno della croce senza paura, vivere la fede in famiglia e con gli amici. Ricorda i tatuaggi dei bambini egiziani: è una testimonianza di identità e coraggio. Se non si può offrire denaro, si può pregare e offrire la propria testimonianza; Dio benedice. L’obiettivo finale è aiutare la gente ad arrivare in cielo.
Don Andres propone di concludere con una preghiera a Maria, per essere missionari nel proprio territorio, in famiglia e magari un giorno andare a trovare Padre Hugo. Padre Hugo guida due Ave Maria: la prima in arabo, la seconda in italiano. Conclude con un saluto e una benedizione.
Websites:
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