Zona ambito Carità

Povertà: non solo sportine, ma relazioni che cambiano il futuro

Oltre l'assistenza: le caritas si Interrogano sulle nuove povertà e il ruolo della comunità

CRISTO RE – L’incontro del 29 maggio 2025, dei gruppi Caritas delle parrocchie della zona pastorale Barca, introdotto da don Andres Bergamini e animato da Gloria Bonora della Caritas Diocesana di Bologna, ha avuto come duplice obiettivo fare un bilancio dell’attività svolta e programmare le future attenzioni e obiettivi, nell’ottica di una sempre maggiore collaborazione zonale. Don Andres ha sottolineato l’importanza di uno “sguardo ampio” per migliorare il servizio, anche attraverso nuove intuizioni. Gloria Bonora ha guidato la riflessione partendo dalla storia e dalla missione della Caritas, per poi approfondire il concetto di povertà e le sue molteplici dimensioni.

Chi siamo: la missione della Caritas oltre l’assistenzialismo

Gloria Bonora ha iniziato ricordando la nascita di Caritas Italiana nel 1971, subentrando alla Pontificia Opera di Assistenza. Quest’ultima, sorta nel dopoguerra per fronteggiare la diffusa povertà materiale, si limitava all’erogazione di beni. Paolo VI, tuttavia, intuì la necessità di un approccio differente, che andasse oltre il mero assistenzialismo. La Caritas è nata con l’obiettivo di coinvolgere e prendersi cura delle persone bisognose come comunità, promuovendo “l’amore che stiamo verso gli altri”.

L’articolo 1 dello statuto di Caritas Italiana, come sottolineato da Gloria Bonora, non menziona esplicitamente i “poveri”, ma definisce la Caritas come “l’organismo pastorale che ha il compito di animare, coordinare e promuovere la testimonianza della carità nella comunità, con funzione prevalentemente pedagogica”. Questo significa che il compito principale della Caritas è quello di aiutare educativamente le persone a uscire dallo stato di bisogno, non limitandosi a fornire aiuti materiali. Le parole chiave sono “animare”, “coordinare” e “promuovere”.

Animare, in particolare, non significa solo darsi da fare individualmente, ma creare reti, coinvolgere gli altri e fare in modo che l’intera comunità cristiana si faccia carico delle povertà del territorio, non solo la Caritas o il parroco. Il motto della Caritas, “Ascoltare, osservare, discernere, per animare”, evidenzia l’importanza dell’ascolto e dell’osservazione delle persone, non solo per raccogliere dati, ma per stabilire relazioni significative e riconoscere le risorse e le potenzialità presenti in ognuno. La Caritas, attraverso la raccolta dati, ha anche il ruolo di dare voce alle povertà, fungendo da “anticipatrice” rispetto a rilevazioni ufficiali, come dimostrato durante il Covid.

Che cos’è la povertà: una condizione multidimensionale

Gloria Bonora ha presentato la definizione di povertà delle Nazioni Unite, intesa come “una condizione umana caratterizzata da privazione delle risorse, capacità, scelte, sicurezza e potere necessari per poter godere di uno standard di vita adeguato e altri diritti civili, culturali, economici, politici e sociali”.

Ha poi approfondito quattro aspetti fondamentali di questa definizione. In primo luogo, la povertà è una condizione, non un’etichetta che identifica la persona. È un momento di privazione da cui, con il giusto accompagnamento, si può uscire. In secondo luogo, la privazione non deve far dimenticare di considerare la persona anche come una risorsa, con le sue capacità, i suoi talenti e le sue opportunità. La Caritas deve sforzarsi di vedere la risorsa anche dove c’è una mancanza. In terzo luogo, il raggiungimento di uno standard di vita adeguato e dei diritti sottolinea il ruolo della Caritas nell’advocacy, ovvero nel denunciare le ingiustizie e la mancanza di diritti, mettendosi in rete con le istituzioni. Infine, le soluzioni alle povertà non si risolvono solo con il denaro, ma vanno costruite insieme, sul territorio, con le istituzioni e gli enti locali.

La riflessione è proseguita sulla distinzione tra povertà scelta e povertà non scelta, sfatando il pregiudizio che la povertà sia una condizione meritata per scelte sbagliate. La povertà è un concetto multidimensionale, e la Caritas intercetta diversi tipi di povertà, classificate in quattro categorie principali:

  • Povertà Economica: include il reddito inadeguato (anche per chi lavora), la mancanza di lavoro, la scarsa disponibilità abitativa e la difficoltà di accesso agli studi.
  • Povertà Sociale: comprende la solitudine, l’esclusione, la discriminazione, il contesto culturale (con riferimento alla disparità di opportunità legate al territorio) e l’impossibilità di progettare il futuro, specialmente tra i giovani.
  • Povertà Sanitaria: riguarda la scarsa informazione e prevenzione, il legame tra alimentazione e salute, la mancanza di medici di base e la bassa qualità dei servizi o l’assenza di presidi sul territorio.
  • Povertà Educativa: evidenzia la possibilità di apprendere (influenzata dalla disponibilità di strumenti digitali), la povertà emotiva (difficoltà a leggere ed esprimere le emozioni, accentuata dal Covid), l’analfabetismo (anche tra i migranti) e l’ignoranza digitale (che colpisce diverse fasce d’età). A questa si aggiunge la povertà di relazioni, che porta all’isolamento e all’esclusione.

Gloria Bonora ha invitato i partecipanti a riflettere sulla propria percezione di povertà, suggerendo che riconoscere le proprie fragilità aiuta a incontrare l’altro senza pregiudizi e a superare la fatica che l’incontro con la povertà può generare. Ha sottolineato che il rischio di chiudersi nel ruolo di “erogatori di servizi” è sempre presente, e che la relazione è fondamentale per un aiuto efficace.

Interrogarsi sul Futuro: Le Povertà Fuori dalla Caritas

La relatrice ha poi stimolato il gruppo con tre domande chiave per il futuro:

  1. Quali povertà intercettate come Caritas (nel servizio ordinario)?
  2. Quali povertà osservate al di fuori del servizio Caritas? (poiché i volontari non sono solo “il volontario della Caritas” ma persone inserite nel territorio).
  3. Come gruppo Caritas, come possiamo metterci in ascolto delle povertà intercettate dagli altri gruppi della parrocchia?

Queste domande mirano a spingere i gruppi Caritas a non limitarsi all’ordinario, ma a coinvolgere l’intera comunità parrocchiale nella rilevazione e nell’affrontare le diverse forme di povertà presenti sul territorio.

Interventi dei Partecipanti

I volontari hanno condiviso esperienze e criticità emerse durante l’anno:

  • Emergenza abitativa: affitti insostenibili, soprattutto per famiglie con figli.
  • Solitudine: anziani abbandonati, giovani senza prospettive.
  • Disagio giovanile: mancanza di obiettivi, fenomeni come il baby-gang.
  • Fragilità educativa: conflitti generazionali, difficoltà economiche che limitano l’istruzione.
  • Mancanza di rete: difficoltà nel coinvolgere la comunità oltre l’assistenza immediata.

È emersa la necessità di lavorare in rete con istituzioni e terzo settore, evitando di limitarsi a soluzioni economiche temporanee. Alcuni esempi positivi includono:

  • Scambio di beni tra famiglie (es. gruppo WhatsApp per donazioni).
  • Collaborazione con altre realtà parrocchiali (es. catechismo e aiuto compiti).

Proposte per il Futuro

Don Andres ha suggerito di sfruttare la capillarità territoriale, coinvolgendo i parrocchiani nel segnalare bisogni (es. situazioni di solitudine nei condomini). Gloria ha proposto di:

  • Formulare domande attivanti per restituire autonomia alle persone aiutate.
  • Organizzare momenti di confronto tra gruppi parrocchiali (es. feste, incontri tematici).
  • Promuovere iniziative diocesane, come la Giornata del Povero o ritiri formativi.

Conclusioni

L’incontro si è chiuso con l’invito a continuare il dialogo, strutturando proposte concrete per la zona pastorale, con un focus su:

  • Ascolto attivo delle povertà “nascoste”.
  • Lavoro di rete tra parrocchie, istituzioni e terzo settore.
  • Educazione alla reciprocità, superando l’approccio assistenzialista.